Come leggere un’altimetria di tappa: la grammatica del betting ciclistico

Ciclista professionista che affronta una salita di montagna in una corsa a tappe

Cosa cerco in un’altimetria nei primi dieci secondi

Quando apro l’altimetria di una tappa nuova, faccio sempre la stessa cosa: chiudo gli occhi per due secondi, poi guardo. Non leggo le scritte, non guardo i nomi delle salite. Cerco la silhouette. Una tappa parla con la forma del suo profilo prima ancora dei numeri. Una collina dolce e regolare mi dice una cosa, un’impennata negli ultimi venti chilometri mi dice il contrario, un mare di onde alpine mi racconta tutta un’altra storia.

Chi viene dal calcio è abituato a leggere statistiche tabellari – possesso, tiri, expected goals. Il ciclismo è diverso, perché un quinto della partita lo gioca la geografia, e la geografia te la consegnano in un grafico di trenta centimetri. Saperlo decifrare in dieci secondi è la differenza tra arrivare alla partenza con un’idea e arrivare con la mente vuota. La maggior parte dei giocatori vede l’altimetria, ma non la legge: registra che è “una tappa di montagna” e si ferma lì, perdendo metà delle informazioni che il disegno contiene.

Quello che voglio leggere è dove si decide la corsa. Non quanto è dura nel complesso, ma in quale punto preciso degli ultimi cento chilometri il gruppo esploderà. La differenza è enorme.

Gli elementi base che ogni altimetria contiene

L’altimetria standard di una tappa ha due assi e quattro o cinque informazioni numeriche. Pochi elementi, ma se non li distingui tutto il resto della lettura è approssimativo.

L’asse orizzontale rappresenta i chilometri totali della tappa, da partenza a arrivo. Va letto sempre da sinistra a destra, perché il momento in cui appare un ostacolo è almeno importante quanto la sua difficoltà. Trenta chilometri di salita all’inizio della tappa producono effetti completamente diversi dagli stessi trenta chilometri negli ultimi quaranta.

L’asse verticale è l’altitudine in metri sul livello del mare. La scala è cruciale e quasi mai standardizzata: due tappe possono avere lo stesso aspetto visivo ma rappresentare dislivelli completamente diversi se la scala è schiacciata. Il primo controllo che faccio sempre è sui valori massimi e minimi dell’asse Y: una tappa che va da 100 a 800 metri ha una silhouette che può sembrare drammatica nel grafico ma in realtà è una tappa mossa, non montuosa.

Le categorie GPM – gran premio della montagna – sono il sistema con cui il ciclismo classifica la difficoltà delle salite. Si va dalla quarta categoria (le meno dure) alla prima, fino al massimo della “fuori categoria” o “hors catégorie”, riservata alle salite più lunghe e ripide. La classificazione tiene conto di lunghezza, pendenza media e quota d’arrivo. Una salita di prima categoria di otto chilometri al 9 percento è oggettivamente più dura di una “fuori categoria” di venti chilometri al 5 percento, ma le caratteristiche sono diverse e producono dinamiche di corsa opposte. Imparare a leggere oltre la categoria è il primo passo serio.

Il dislivello cumulato – la somma dei metri di salita affrontati nella tappa – è il numero che riassume tutto in un’unica cifra. Una tappa di pianura ha 500-1000 metri di dislivello cumulato. Una tappa di media montagna ne ha tra 2.000 e 3.500. Un tappone alpino o pirenaico supera i 4.500 e in casi estremi arriva oltre 6.000. Numeri utili, ma il dislivello cumulato è ingannevole se preso da solo: ti dice quanto si sale in totale, non come e quando si sale. Ed è il “come” e il “quando” che decidono la corsa.

I tre segnali che decidono davvero la tappa

Sopra le categorie e sopra il dislivello, ci sono tre informazioni che pesano più di tutto il resto. Saperle leggere in un’altimetria è la differenza tra capire la tappa e tirare a indovinare.

La posizione dell’ultima salita rispetto al traguardo è il segnale numero uno. Una salita di prima categoria che finisce a venti chilometri dall’arrivo produce una corsa diversissima da una salita identica che termina a 80 chilometri dal traguardo. Nel primo caso gli scalatori puri possono attaccare e arrivare in fuga al traguardo. Nel secondo caso la discesa e la pianura successiva permettono al gruppo di ricomporsi, e spesso vince un finisseur o un velocista di qualità in volata ridotta. Quando vedo l’altimetria di una tappa nuova, la prima cosa che cerco è dove finisce l’ultima salita rilevante.

La pendenza media e quella massima dell’ultima salita sono il secondo segnale. Una salita di dieci chilometri al 6 percento medio, ma con tratti al 12 percento, è una salita “esplosiva” che premia gli attaccanti. Una salita di venti chilometri al 6 percento medio, regolare, premia i passisti-scalatori che possono pedalare a wattaggio costante. Le quote sui mercati di vincente tappa devono essere lette in funzione di questa caratteristica: scalatori puri sui muri, passisti-scalatori sulle salite lunghe e regolari.

La distanza dall’arrivo della seconda salita conclusiva è il terzo segnale, e quello che molti trascurano. Quando una tappa ha due salite ravvicinate nel finale, la dinamica cambia radicalmente. La prima salita serve a selezionare il gruppetto, la seconda è dove si decide il vincitore. In queste tappe i corridori capaci di “doppia salita” – quelli che reggono lo sforzo prolungato anche dopo aver speso sulla prima – diventano i favoriti reali, e le loro quote sono spesso più larghe di quanto meritino perché il mercato si concentra sulla salita finale ignorando l’effetto cumulativo.

Tappa pianeggiante con strappo finale contro tappone alpino

Voglio mostrarti due esempi concreti, due tipologie di altimetria che si vedono in ogni grande giro e che producono mercati radicalmente diversi.

Tappa “pianeggiante con strappo finale”: 180 chilometri prevalentemente piatti, dislivello cumulato sotto i 1.500 metri, una sola salita classificata, posizionata negli ultimi quindici chilometri. Tipicamente è uno strappo di tre o quattro chilometri al 7-8 percento di pendenza media, con magari un ultimo chilometro al 10 percento. Tappa apparentemente “facile” che invece è tra le più tecniche da prevedere. Il gruppo arriva compatto al piede dello strappo, i velocisti puri vengono staccati, restano i finisseur e i corridori da classifica capaci di sprintare in salita. Sono tappe da Mathieu van der Poel, Wout van Aert, e nelle ultime stagioni anche Pogačar quando decide di partecipare. Le quote vincente tappa di questi corridori non sono mai larghe, ma il mercato sottovaluta i secondi favoriti perché tende a polarizzarsi sui due o tre nomi conosciuti.

Tappone alpino: 200 chilometri, dislivello cumulato oltre 4.500 metri, quattro o cinque salite classificate, l’ultima quasi sempre fuori categoria con arrivo in quota. Qui la fisica detta legge. Il numero di scalatori che possono ambire alla vittoria è ristretto a otto o dieci nomi, e il mercato lo riflette concentrando le quote basse su tre o quattro favoriti dichiarati. La domanda interessante diventa: chi sarà in fuga di giornata, e quanto solida è la fuga? Spesso il vincitore di un tappone alpino non è il favorito di classifica generale ma un cacciatore di tappe partito al mattino, perché i big si controllano a vicenda e il distacco della fuga risulta troppo grande da chiudere.

La differenza tra queste due tipologie di tappa influenza ogni mercato live, ogni mercato antepost di vincente tappa e ogni decisione strategica nel betting. Un buon giocatore tratta le due tipologie con strategie completamente diverse, e per approfondire le dinamiche specifiche del montano vale la pena leggere come funzionano le scommesse sulla tappa di montagna nei loro pattern ricorrenti.

Gli errori di lettura che vedo ripetersi

L’errore più frequente è confondere il dislivello cumulato con la difficoltà reale della tappa. Tre tappe possono avere lo stesso dislivello cumulato – diciamo 3.500 metri – ed essere tre corse completamente diverse. Una può avere otto salitelle di tre chilometri ciascuna sparse uniformemente: tappa nervosa, da finisseur, gruppo che arriva selezionato ma non spaccato. Un’altra può avere una sola salita lunga di venticinque chilometri al 5 percento all’inizio: tappa che si decide quasi tutta nel finale piatto, da velocisti di qualità o da fughe sopravvissute. La terza può avere una sola salita di quindici chilometri all’8 percento negli ultimi venti chilometri: tappa da scalatori puri. Stesso dislivello, tre corse diverse.

Il secondo errore è ignorare la tipologia di salita. Strappo corto e ripido contro salita lunga e regolare non sono “salite di pendenze diverse”: sono due sport quasi diversi. I muscoli che servono a vincere un Mortirolo non sono gli stessi che servono a vincere un Tourmalet, e i corridori che eccellono nei primi raramente eccellono nei secondi.

Il terzo errore è leggere l’altimetria come se fosse un grafico isolato. Una tappa va letta sempre nel contesto della tappa precedente e di quella successiva. Tre giorni di montagna consecutivi producono dinamiche diverse da una singola tappa di montagna in mezzo a giorni di pianura. Anche questo nei mercati di vincente tappa pesa, e nessuna altimetria singola te lo racconta da sola.

Cosa indica la lettera GPM sull’altimetria di una tappa?

GPM significa gran premio della montagna ed è il sistema di classificazione delle salite usato nel ciclismo professionistico. Le categorie vanno dalla quarta (più facili) alla prima e alla ‘fuori categoria’ o ‘hors catégorie’, riservata alle salite più lunghe e ripide.

Come si calcola il dislivello cumulato di una tappa?

Il dislivello cumulato è la somma dei metri di salita affrontati nell’arco dell’intera tappa, sommando tutti i tratti in salita indipendentemente dalle discese intermedie. È un indicatore della difficoltà complessiva, ma va sempre letto insieme alla distribuzione delle salite e alla loro tipologia.

Preparato dagli editori di «Scommesse Online Ciclismo».

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